Pulvis et nihil


Sardu

di Ignazio Lecca

Traduzione italiana del racconto "Pruini e Nudda"
Premio "Ozieri" 1995

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Ne ho conosciuto di gente nel mondo, dove la vita è tutto un brulichio di vittorie e sconfitte, gente che non s'accorge d'avere vissuto, uomini che conoscono i dolori.

In una cittadina di mare, dove la vita ha ricco sapore di sale, ho incontrato uno scrittore reduce dalla Bosnia, dove un giornale l'aveva inviato come corrispondente di guerra. Ma non è riuscito a scriverne: «Non ero mai convinto di quel che scrivevo; correggevo, riscrivevo ed era sempre un articolo diverso e mai concluso; dovevo continuare a riscriverlo ogni giorno.»

Contrito e senza consolazione non tenta neppure di nascondere il viso scavato dalla sofferenza, lo sguardo vuoto. «Non è la tua guerra», ho cercato di distoglierlo dall'amarezza. «É sconcezza anche nostra», mi si rivolta freddo; «ogni guerra è di tutti!» Non riesce a liberarsi da quell'idea e anziché scrivere le storie che gli avevano richiesto, ha preso a detestare carta e penna. «La gente la guerra la vede ogni giorno in televisione all'ora di cena; ma quelle immagini non scuotono nessuno con un pugno allo stomaco; passano senza lasciare traccia. Tutto è spettacolo. Ma io sono contrario a questa forma di compiacimento.»

Gironzola tutto il dì in una piazzetta dove gioca una banda di ragazzini chiassosi: corrono tutti insieme dietro una palla; lui dietro a loro. Ma non dirige la partita, stabiliscono da soli le gerarchie di gruppo e di vita. Lo scrittore segue il gioco con occhi pieni di nostalgia e solo ogni tanto incita: «Adesso avanti, che domani sarà già tardi. Siete voi i testimoni di questo tempo.» Cosa ci troverà in quei ragazzi.

Non sa dire con esattezza quando ebbe inizio la sua passione per il calcio. C'è questa amicizia, tra noi, così un giorno gli prende una voglia furiosa di vuotare il sacco. «La mia infanzia è stata atroce. Desideravo correre con gli altri ragazzini e mi è stato sempre proibito. Tu non devi! Da ragazzo non ho mai dato un calcio a una palla.» Sorride mesto, è in vena di confidenze: «Parlo per parlare, ma potrei anche tacere. Così è il destino delle parole: fiorire sulle labbra della gente o appassire nei meandri del pensiero.»

I ragazzi inseguendo la palla si mandano parole e spintoni. Lui ride, già tornato innocente. «Si esercitano alla vita, misurano la tenuta delle regole» dice sereno. «Io ho patito le imposizioni delle donne di casa: con mia madre e la nonna, una colonia di zie intonse; costumi rigidi, una mentalità volta a guardare indietro, nel chiuso di stanze fredde che conservavano odori stantii, ombre e urine. D'inverno ci scaldava uno scaldino a carbone; i lumini sempre accesi davanti ai ritratti di re Umberto e di Margherita di Savoia contornati dai ritratti dei miei avi; che Dio li abbia in gloria, bisbigliava mia nonna. Era lei che ogni sera mi costringeva a recitare il rosario: nel nome del padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Mi sentivo sul collo le occhiate severe di quei ritratti muti: mi hanno fatto paura ogni giorno. Ancora oggi odio i ritratti, i re e le regine. In quegli anni ho recitato le AVEMARIA di tre intere vite e non di una sola.»

Torna a guardare i ragazzini: «Loro, pregheranno?»

«Pregare? A loro piace solo il gioco», dico io.

«Il mio era un mondo di buone maniere, ma asfissiante, di costante soppressione della fantasia. Occorreva risparmiare anche i sogni; si parlava soprattutto per pregare. Così sono cresciuto gracile, senza avere mai avuto un amico. In casa mia si parlava soltanto di nemici. Erano tempi magri e sulla tavola compariva solo quel poco che cresceva in un orticello di mio padre: cipolle, ravanelli, patate, fave e lattughe. E cereali, ogni giorno cereali: sono stato allevato a ceci e lenticchie e, nella stagione, a ciliege. Babbo aveva innestato più di cento ciliegi convinto, con ogni innesto, di trarre un'anima dal Purgatorio. La festa aveva sapore di messa cantata e di brodo di gallina. Era un mondo chiuso di affetti ed effetti!»

Osservandolo gli vedo gli occhi rivolti a quel tempo di ombre e non di luce.

«A esso mi sono ribellato crescendo, mano a mano che la morte si portava via i miei parenti facendo di me un uomo libero. Sepolto l'ultimo, mi sono liberato dei mobili e dei ritratti; mi erano rimasti soltanto Umberto e Margherita, nessuno li voleva. Allora li portai in chiesa: li metta su un altare, dissi al prete, sono i santi di casa mia. Una cosa non manca in chiesa, i santi, mi rispose; riportali a casa. Li abbandonai in un cantone di strada; non mi ero allontanato di tre passi che un cane pidocchioso s'è accostato a orinare. Così è la vita, nessuno ne scampa. No, non m'è rimasto niente d'allora. Tabula rasa: pulvis et nihil.»

«Io ho giocato molto al pallone, ma ero negato. Giocavo per correre, per non restare fermo ai bordi del campo», gli ho detto in confidenza, poiché sentivo vergogna a restare zitto, e lui ne ha riso. Altri ricordi gli sorgono dalla nebbia della memoria a colmare l'intero spazio della ragione, quasi a chiedergli conto della loro stessa esistenza. Pensa ancora ai bambini di Sarajevo privati della loro fanciullezza.

«Ho letto troppo da bambino, anziché giocare», rivela vergognandosi. «Ho imparato gli schemi narrativi, le strutture, i meccanismi che regolano le storie. E, dilettandomi, ho scritto molti racconti. Ma al pallone non avevo mai giocato prima.»

«E dunque?» gli domando meravigliato.

Lui mi guarda con occhi limpidi, pieni di luce, c'è tutto il cielo dentro quegli occhi. «Dunque?» Resta in silenzio, pensieroso, a capo chino. Infine parla con voce strozzata: «Li ho visti, bambini uguali in tutto a questi, dilaniati e sparpagliati sulle strade e piazze di Mostar e di Sarajevo. Mi si apriva il cuore dalla disperazione. Giocavano a palla, anche lì, prima di morire, prima che un uomo come me lanciasse una granata. Solo la palla era rimasta intatta, nel mezzo della piazza benedetta dal sangue degli innocenti. Quali parole potevo trovare? Quale compassione dovevo cercare per descrivere tanto macello? Perché non è guerra, è macello condotto da bestie senza ragione e senz'anima. E raccontandone mi pareva di favorire questa lacerazione di esistenze innocenti.»

Tace, si allontana e quindi torna indietro: «Ma non era giusto neanche tacere.»

«Quale era la tua paura?» gli domando sfacciato.

«Non era paura, la mia, era disperazione.» Mi guarda risoluto: «Io sono uno scrittore che conosce il dubbio. Ma oggi nessuno più dubita. Quanti interrogano Dio?» Si allontana ancora, tremante come una foglia, mi chiama. «Laggiù mi ribolliva il sangue e mi sentivo incapace di raccontare lo spettacolo della guerra, mi faceva orrore. La mia fede era portata al dubbio. Perché? Perché lo permetti? domandavo a Dio, e lui muto. Mi sentivo avvolto nella rete del dubbio, nel mezzo di un'epoca che pare godere di certezze e di sicurezze assolute. Mi comprendi?», implorava pietoso. «Non bisogna conoscere troppo l'argomento di cui si scrive. Così è stato nei secoli passati. Ma oggi? La gente non ascolta più la voce dei poeti, ascolta i tecnici, loro sono specialisti, gli unici in grado di descrivere ogni cosa con tutto l'apparato dei numeri, dei dati: l'autenticità. Ma per me era come sprofondare di nuovo nell'inferno, dove ero già stato da ragazzino, sotto i bombardamenti di Cagliari nel quarantatré. Laggiù in Bosnia tornavo a rivivere, con occhi e mente di ragazzo, quei momenti. Non era più la ricerca del senso della natura ultima delle cose, tutti i sentimenti umani - amicizia, amore, invidia, onestà, carità, odio - erano svaporati ed era risalita a galla la sensazione di una pace intima, ma sprofondata nell'inferno delle cose, che soltanto chi la prova può comprenderla. Sembra la miglior cosa ed è la peggiore, perché non è una forza, è l'ultima debolezza sopita, la morte dentro essendo ancora vivo. No, mi sono ribellato a questa morte dell'anima.»

«Io non ho fatto altro che camminare, nella vita» gli rispondo, imbarazzato. «Sentivo l'urgenza dei passi, non fermarmi mai troppo a lungo nello stesso posto. É così che mi guida la mia ombra, la sa lunga, non conosce ostacoli. Dove c'è mondo lei s'incammina, e io appresso.»

Allora lui m'ha detto: «La parte più nobile dell'uomo è proprio la parte dell'ombra e non c'è possibilità di reciproco amore se non ricongiungiamo l'anima al corpo, se non ci liberiamo della bestia che dentro di noi corrode le buone disposizioni. Così non facciamo "umanità", siamo solo un branco di porci selvatici.»

Siamo rimasti in silenzio, ciascuno cercando di sciogliere, nell'intreccio di sentimenti tormentosi, un sogno di parole di verità che, levandosi dal silenzio che circonda il nostro mondo, facciano vibrare di desiderio colui che le evoca.

«Ho peccato di accidia, avevo già perso il confronto tra parola e silenzio. L’agonia è parte viva e attiva della morte, senza essere ancora morte. Ma per me scrivere era la religione di una lingua vagliata e alta, solenne quanto una messa cantata, scritta apposta per compiacimento e diletto dell'intelletto. Interrogavo Dio e non udivo risposta. E la risposta era: "Il mio nome è uomo." Lui mi spingeva a cercare fra gli uomini; ma io volevo restare cieco e muto.»

«Ci troviamo tutti nello stesso immondezzaio», gli dico; «in cui qualche volta si sente l'eco della poesia.»

Allora lui accenna il gioco dei ragazzi nella piazzetta. E si lancia a rincorrere la palla.

 Era uno scrittore, non gironzolava a vuoto nella piazza di quella città di mare. Conosceva il gusto del sale e delle parole. E sapeva raccontare storie. Mi indicò la finestra da cui, bambino, spiava gli altri ragazzini che giocavano a palla nella piazza.

L'ho ancora davanti agli occhi lo scrittore che detestava carta e penna, mentre mi confessa che per lui "inventare una storia è come trarsi un osso del costato"; perché le idee sono parte integrante dell'uomo, vivono della sua vita. Così la noia, la fatica di scrivere le ha messe da parte, gli interessa soltanto il gioco del pallone.

E i racconti? Le sue storie adesso le abbozza ai ragazzini che giocano nella piazza: «continuate voi», raccomanda loro. I ragazzi sviluppano le storie a gusto loro e, quando hanno finito, portano gli scritti allo scrittore: leggono insieme e lui, da parte sua, taglia e cuce, aggiunge anima, fuoco e sale a ogni storia. Amore e dolore!

«Tutto questo è l'impasto della vita, ciò che si perde ogni giorno ai margini delle strade del mondo», dice ai ragazzi; «ma voi non si smarrirete mai. Voi siete scrittori della nuova epoca.»

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